Letture matematiche: Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming

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Titolo Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming
Autore Fontana Michela
Editore Mondadori
Collana Le scie
Anno 2005
pp. 347
  Il gesuita Matteo Ricci arrivò a Macao nel 1582 e, dopo aver soggiornato in varie città, si trasferì a Pechino, dove visse dal 1601 al 1610 alla corte dell'imperatore Wanli della dinastia Ming. Fu Ricci a scoprire che la Cina coincideva con il Catai descritto da Marco Polo e a farne conoscere per primo, attraverso le sue lettere e i suoi scritti, la cultura e le tradizioni. La vita del gesuita è qui raccontata dalla giornalista Michela Fontana che a Pechino ha vissuto a lungo.
Biografia Michela Fontana si è laureata in matematica a Milano nel 1976; ha insegnato per otto anni nella scuola e poi si è dedicata al giornalismo scientifico, vincendo due volte il premio Glaxo e nel 1990 la Knight Science Jornalism Fellowships del MIT. Il libro Percorsi calcolati le è valso l’International Pirelli Award per la divulgazione scientifica. È stata anche Addetto scientifico all’Ambasciata d’Italia a Ottawa in Canada. Ha vissuto soprattutto all’estero (precisamente in Canada, in Cina dal 1999 al 2002 e in Svizzera). Ha scritto per molti anni per «La Stampa » e «Panorama» con i quali continua a collaborare.
Recensioni da Maecla [http://www.maecla.it/bibliotecaMatematica/af_file/FONTANA/FONTANA_RICCI.htm] Il libro comprende: - il Prologo, - diciotto capitoli, - la Cronologia degli avvenimenti narrati, - la cronologia delle Dinastie cinesi, - il Glossario, - le Note e, infine, - le Fonti e indicazioni bibliografiche. L’autrice racconta, in modo avvincente, ma conservando obiettività e attenendosi a una rigorosa documentazione, la vita di Matteo Ricci, con una ricchezza di particolari davvero stupefacente. La fonte principale di questa biografia è costituita dalla storia compilata da Ricci stesso e dalle lettere che scrisse dalla Cina ai suoi superiori e parenti. IL lettore può, così, seguire la straordinaria e umana avventura di chi ha dedicato la propria vita alla diffusione della scienza europea in Cina, convinto che l’interesse per la cultura occidentale potesse agevolare l'evangelizzazione degli intellettuali. Matteo Ricci, nato il 6 ottobre 1552 a Macerata, era il primogenito di una numerosa famiglia che contava, oltre a lui, quattro sorelle e otto fratelli. I Ricci appartenevano, da secoli, alla piccola nobiltà maceratese e Matteo fu avviato agli studi di giurisprudenza che decise di abbandonare, per entrare nell’ordine dei gesuiti e per seguire il piano di studi previsto per gli appartenenti a tale ordine: due anni di retorica, tre di filosofia e tre di teologia. La preparazione culturale dei gesuiti era vasta, anche se strumentale: per loro il sapere era un’arma da usare a difesa della Chiesa. Il maceratese condivideva pienamente il punto di vista del gesuita tedesco Christoph Klau (1537-1612), noto con il nome umanistico di Christophorus Clavius, italianizzato in Cristoforo Clavio, astronomo e matematico di grande valore, professore al Collegio Romano dal 1563. Era stato proprio Cristoforo Clavio a convincere i colleghi a inserire aritmetica, algebra e geometria nei programmi di studio dell'Università gesuita, nella convinzione che la matematica rappresentasse un prerequisito fondamentale per apprendere le altre scienze e le discipline applicate. Il 24 marzo 1578 Ricci partì, come missionario, per l'India e il 13 settembre 1578 giunse a Goa, dove ebbe modo di rendersi conto che la popolazione induista e musulmana veniva spinta alla conversione con la coercizione e la forza. Come Cristoforo Clavio era stato la figura di riferimento per gli studi matematici a Roma, il gesuita coordinatore delle missioni in Asia, Alessandro Valignano, rappresentò il suo mentore per il lavoro missionario in Cina. Per incrementare le conversioni, Alessandro Valignano aveva prefigurato la seguente strategia di lungo termine: i missionari dovevano imparare la lingua del paese in cui avrebbero svolto la loro opera, studiandone i costumi, adattandosi alle usanze locali e rispettando le tradizioni indigene, a meno che non fossero inaccettabili per la morale cristiana. Arrivato in Cina, Ricci seppe attenersi scrupolosamente a tale politica missionaria, indicata con il termine "accomodamento", o "adattamento culturale". Per ottenere i favori dei funzionari cinesi, egli aveva portato con sé, tra l'altro, orologi meccanici e "un vitrio triangular di Venezia", precisamente un prisma di vetro a base triangolare, che esposto ai raggi del sole sprigionava tutti i colori dell'arcobaleno. Seppe dedicarsi con impegno allo studio del mandarino (la lingua parlata dalla classe colta) e, dopo quasi un anno di permanenza a Zhaoqiung, era già in grado di parlare il cinese senza interprete. Dotato di un non comune talento per le relazioni sociali e di una memoria prodigiosa (riusciva a ricordare fino a cinquecento caratteri cinesi, dopo averli letti una sola volta), vantava anche un'approfondita conoscenza della matematica, dell'astronomia e della geografia. Studiò anche i Quattro Libri di Confucio, trovando notevoli analogie tra la morale confuciana e i principi dell'etica occidentale; definiva Confucio "un altro Seneca". Iniziò l'evangelizzazione della Cina, intraprendendo un'ammirevole attività di divulgazione scientifica. Poiché nelle carte geografiche cinesi non erano rappresentate l'Europa e l'America, Ricci trovò il modo di far accettare una più realistica rappresentazione della Terra, rinunciando, molto diplomaticamente, all'eurocentrismo dei mappamondi occidentali, per collocare al centro della sua carta l'Asia, con le Americhe a destra e l'Europa e l'Africa a sinistra. Agendo in tal modo, concedeva alla Cina una posizione privilegiata, pur rispettando le sue reali proporzioni rispetto agli altri paesi. Siccome il suono della lettera "R" era sconosciuto in Cina, il cognome Ricci diventava "Li", mentre il nome "Matteo" si trasformava in "Madou" e tutti, anteponendo il cognome al nome secondo l'uso cinese, chiamavano il gesuita "Li Madou", appellativo con cui egli è, ancora oggi, ricordato in Cina e in Giappone. Quando il cinese Qu Taisu si rivolse a Ricci per imparare i segreti dell'alchimia, sua grande passione, il gesuita gli dichiarò che non gli avrebbe insegnato i segreti della trasformazione degli elementi, bensì una disciplina che lo avrebbe aiutato a coltivare la propria mente: la matematica. Gli insegnò, così, il calcolo scritto, grazie al quale si potevano compiere operazioni aritmetiche più complesse di quelle consentite dall'abaco. Tale metodo occidentale venne presto chiamato dai cinesi "calcoli con il pennello". In epoca Ming la matematica era considerata una forma di conoscenza di valore inferiore rispetto a quella letteraria e la scienza in generale attraversò una fase di declino rispetto al passato. Ricci non sapeva che la ricerca matematica in Cina si era distinta in epoche passate, quando gli studiosi cinesi avevano anticipato, in più occasioni, i loro colleghi occidentali. (Uno dei tanti primati cinesi sull'Occidente era stato il calcolo del "pi greco", il numero decimale illimitato che fornisce il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio. Un matematico cinese del VI secolo, insieme con il figlio, era riuscito a calcolarne un valore approssimato fino alla decima cifra decimale, con una precisione che, in Occidente, nessuno seppe superare per undici secoli.). Il gesuita illustrò a Qu Taisu , che si era appassionato alla matematica occidentale, gli Elementi di Euclide nella traduzione latina di Clavio. In seguito, Matteo Ricci arrivò a tradurre, insieme ad amici cinesi, le opere di Clavio, per spiegare agli intellettuali i concetti e i metodi della matematica europea. Nella scelta del primo testo da proporre al pubblico cinese non ebbe alcun dubbio: si sarebbe trattato degli Elementi di Euclide nell'edizione di Clavio. Era davvero un'impresa titanica preparare una versione cinese degli Elementi, in quanto dovevano essere tradotti dal latino al mandarino concetti e metodi di dimostrazione sviluppatisi nel contesto della cultura greca, lontanissima da quella cinese. Eppure Ricci seppe trovare le parole più adatte per descrivere il preciso significato di ogni concetto. All'inizio del 1607 i primi sei libri dell'opera di Euclide erano interamente tradotti. L'edizione cinese completa (che avrebbe conservato, senza alcuna variazione, la parte tradotta da Ricci insieme con il cinese Xu Guangqi) sarebbe stata pubblicata nel 1856 grazie alla traduzione degli altri nove libri, eseguita dal missionario inglese Alexander Wylie, con l'aiuto del cinese Li Shanlan. Troverete le altre numerosissime opere di Ricci descritte, in modo particolareggiato, nelle pagine del libro. Sicuramente le osservazioni e le riflessioni di Ricci, anche se intrise dei pregiudizi del suo tempo, forniscono un'interessante chiave di lettura anche della Cina contemporanea. Matteo Ricci, il pioniere del dialogo tra Cina e mondo occidentale, morì, dopo nove giorni di malattia, l'11 maggio 1610. Nella sua opera missionaria, egli aveva saputo affrontare con disinvoltura e competenza ogni difficoltà e con il suo impegno di divulgatore della cultura occidentale era riuscito a conquistare l'ammirazione dell'imperatore Wanli, che gli riservò il privilegio di essere sepolto in terra cinese. Il cimitero, circondato da cipressi e da un muro di pietra chiuso da un cancello, è ancora oggi una piccola oasi di pace, isolato dalla vita convulsa di Pechino.